Ricordate "2001: odissea nello spazio, il film cult degli anni settanta, le scimmie antropomorfe atterrite e soggiogate dal monolito levigato che occupa ossessivamente lo schermo e la fantasia, nella sequenza iniziale? A me è venuto da pensarci, da sentirlo angosciosamente evocato ed allusivo, davanti ad una delle opere (sculture? aggregazioni? ectoplasmi?) di questo bizzarro ed inquietante Stregone che, alle falde del monte omonimo, turba i sonni e stimola le sonnacchiose fantasie della città termale.

   Si può essere in parte d'accordo sulla valutazione, sui meriti artistici di Piero Racchi, ma una cosa è certa: usciti da una delle sue mostre o dal suo atelier (ma no: laboratorio, officina, fucina) non si resta mai indifferenti, qualcosa te lo trascini dietro, come un sogno o un presentimento, una rivelazione illuminante o maligna. Fabbro o alchimista, Prospero o Cagliostro, Piero ha comunque al suo servizio la grama, rozza animalità di Calibano e la onirica grazia di Ariele. Il suo comporre su una rigida forma elementare (cubo, parallelepipedo, sfera) una proliferazione di vite straziate e strazianti; il trarre da una geometrica cornucopia i mostri che la realtà ha conteso al sogno; la scoperta del ventre molle - fitto di abiezioni e aberrazioni, sotto l'apparente legalità - della tecnica e del prodotto scientifico: tutto ciò ha il sapore - e credo il valore - di un esito catartico, come di chi esorcizza il male denunciandone senza ritegno le proliferazioni più allucinanti. Si direbbe così, con il Goethe del dopo - Werther, che noi, e con noi l'autore, " come dopo una confessione generale" ci sentiamo "liberi, col diritto ad una vita nuova": una vita nuova che però, nel nostro caso, ha da tener conto di quegli scheletri e di quegli incubi, per riscattare le forme della natura ad un miglior destino. L'arte di Racchi si giova, per questo, della funzione del colore, un colore che penetra, avvolge, vela, si stempera nelle forme rimorte della natura e dell'homo sapiens. Il colore, condizionandole, in certo modo annulla le forme, le spiritualizza, le assorbe in un'altra orbita e in uno spazio dilatato che c'è consentito di intuire appena.

   La golosità di vita che caratterizza Racchi, il suo proteiforme operare nel campo dell'arte figurativa, della musica, della poesia, conducono ad un fatale esito dispersivo; e tuttavia è qui che, singolarmente, proprio nel disordine, nella multiforme epifania dei lacerti di vita e di materia, l'artiere trova la sostanza migliore per costruire ed esprimere il disgusto e la disperazione, l'ansia e il rovello, ma anche la fondamentale tensione etica ad un che di altro, che riproponga l'istituto della creazione, non più dal nulla, ma dal recupero     ( possibile?… certo, è tutto da vedere, da sperimentare) della macerie della terra desolata.                                                                              

                              Riccardo Brondolo.