Natura e artificio

 

La domanda che Racchi sembra essersi posto in termini risoluti è quella di come si possa ancora, nella concitata realtà del mondo moderno, teatro della sconvolgente rivoluzione industriale, continuare, a dipingere o scolpire, fingendo che nulla sia accaduto. L’arte di Piero, comunque la si voglia vedere, è legata ad un’azione di frontiera, operata per allargare la visione del mondo o per insinuare dubbi sul contenuto, per formulare tecniche innovative, non progettuali. Di frontiera, ai margini, ai bordi, come spetta a chi non ha il compito di ripetere il già visto ma di invitarci a cercare e sentire quello che ancora non conosciamo. Il tema conduttore è il rapporto arte-natura-artificio che ci accompagna in una fantastica passeggiata, occasione di incontri incantati e silenziosi sul filo della memoria e di oniriche visioni: è la materia la vera protagonista, una materia povera e ferita che trova nei colori la forza di rinascere. Pare quasi che le opere di Racchi vivano un’esistenza fittizia come fossero diapositive proiettate sui muri o oggetti che, per una specie di magia animistica, presiedano a un mondo e a una vita propria.

Si tratta sempre di suscitare, nella persona che guarda l’opera, l’impressione che una logica strana ne abbia diretto l’esecuzione: un inconsueto criterio che obbliga alle più inattese soluzioni e, nonostante gli ostacoli che crea, produce sorprendenti risultati. Come Oldenburg, Piero sembra aver sperimentato il concetto di dislocazione: le sue creazioni, infatti, stanno sospese tra il regno della pittura e quello della scultura. A modo suo egli narra chimeriche storie: la sua opera è fatta di stratificazioni, di temi e motivi che si accavallano, si incrociano, magari si annullano a vicenda, ma finiscono sempre per dar luogo a qualcosa di nuovo e di imprevedibile. La genesi, la nascita, la crescita avvengono in uno stato di sogni ad occhi aperti. Avventurarsi nella natura di Racchi significa correre il rischio di essere completamente presi nel groviglio di germinazioni spontanee dai colori irreali, immerse in una luce  brillante, fredda ed artificiale.

Piero, con inalterata sensibilità, continua, comunque, a voler sperimentare, scoprire: permane il bisogno istintivo di esprimersi, di dare corpo alla produzione incessante di apparizioni che popolano il suo universo immaginativo e i suoi labirintici percorsi.

I colori dispensano un’impronta di magica fioritura, a volte inquietante, e hanno una fondamentale importanza fino a diventare, nel loro ruolo di collanti, veri e propri protagonisti, riuscendo a dare campo a speranze e paure, in cui c’è lo spazio per tutto e tutto appare possibile. Essi ricoprono i suoi assemblaggi, le sue proliferazioni, con un velo lucido dall’effetto porcellanato; il gusto del paradosso fornisce lo spunto per pensare a Piero come a un novello Luca della Robbia, improvvisamente calato in un’atmosfera extraterrestre senza tempo.

Soprattutto attraverso la scultura l’artista incontra realtà concrete, pezzi scartati con la loro storia, raccolti e combinati che lo chiamano dal loro vissuto, pronti a meravigliose trasformazioni. Si tratta di materiali trovati per caso o scrupolosamente cercati, che, nella nuova fusione, acquistano la dignità di piccoli monumenti. Nel suo lavoro la polemica ecologista contro la mole sempre più soffocante degli oggetti che vengono gettati via si sposa con l’idea schwitteriana della riqualificazione estetica delle cose inutili, non più in uso.

Tutto allude sempre a un qualcosa di enigmatico, straniante e, questo, in genere, non è conseguenza soltanto del processo alchemico della forma, quanto dell’alchimia del gesto, nel senso che l’opera è l’espressione immediata dei movimenti dell’essere e il luogo di inaspettate metamorfosi.

Se l’alchimia, dunque, è in grado di diventare strumento di indagine e di conoscenza, può, a buon diritto, essere avvicinata all’opera di Racchi, nella misura in cui l’opera stessa è una continua ricerca di libertà, nell’arte e nella vita. Quella libertà che Piero concede allo spettatore che, decifrando e interpretando, aggiunge il proprio contributo al processo creativo.

 

                                 Arturo Vercellino