L’arte moderna ormai ha battuto tutti i sentieri della libertà creativa, sia con i bagagli della buona fede, sia con quelli della truffa. Difficile comunque stupirsi dopo tutto quello che abbiamo visto, e qualche volta subito, nell’ultimo mezzo secolo, anche se ogni sforzo degli “artisti” è rivolto alla novità, meglio se provocatoria, anche se cretina.

Con Piero Racchi il nuovo riesce a non essere banale, a non suscitare reazioni d’indifferenza o di saturazione, persino in chi è rimasto al concetto di arte come trasmissione d’emozioni. Già al primo contatto, le sue creazioni danno una sensazione di piacevolezza, sia per le forme che per i colori e quindi mettono a proprio agio anche chi non è mai stato convinto della necessità di contraddire l’estetica per fare arte. Una delle tante tesi balorde e strumentali circolate negli anni della ricerca del nuovo tout court.

Davanti alle sue opere ci si sente condotti in un’epoca senza tempo: potrebbe essere tra duemila anni, oggi o ai tempi degli Assiri e dei Babilonesi in Mesopotamia. I suoi totem potrebbero essere le colonne della favolosa Atlantide inghiottita dall’immane cataclisma, quelle distrutte e sommerse della biblioteca di Alessandria d’Egitto, custode di tanti documenti della cultura pagana o le pareti della sala da ballo del Titanic. I templi degli Aztechi vinti dalla foresta avrebbero su di noi lo stesso effetto. Potrebbero anche essere le colonne del Bernini di piazza S. Pietro tra duemila anni. Chissà!

È inevitabile dopo queste prime impressioni, essere spinti a riflettere su concetti universali, quali la caducità della nostra vita e la continuità della Natura, la vanità delle nostre infinite beghe e la straordinaria forza dell’ “a livella” come la chiamava Totò: il processo riproduttivo universale per cui da ogni fine inizia un nuovo ciclo vitale.  Quella congerie di scrap, come la definirebbe un critico USA, raccolta con cura collezionistica da Piero, da un fondo di cassetto di laboratorio o da una miserabile discarica, rivitalizzata com’è, può essere degnamente posta in un salone elegante o nell’atrio di un’impresa, attenta al design ed alla propria immagine. In pratica una vera e propria azione non illusionistica, ma realmente magica.

La mostra aperta in quell’antro suggestivo di Palazzo Chiabrera non è che una riduzione dimensionale della tematica di Racchi appena descritta. Le mini opere esposte sono le tessere di un mosaico che se opportunamente accostate possono moltiplicare il piacere visivo e ludico mantenendosi, comunque, coerenti con il tema naturalistico-creativo di fondo. La non trascurabile caratteristica di essere alla portata di chiunque e la loro adattabilità a qualsiasi ambiente costituiscono un ulteriore stimolo, per chi le apprezza, a partecipare al diletto dell’autore, disponendole in composizioni personalizzate. Si tratta dunque, se vogliamo, di una materializzazione conscia od inconscia del concetto di Democrazia: possibilità per tutti di fruire di un bene, trarne piacere e goderne in continuità, parteciparne e trasmettere la sua ammonizione naturalistica e rivitalizzante. 

Il fatto più importante però, oltre al contenuto” filosofico” ed alla tecnica “orafa”, è il viaggio che la vista dei lavori di Racchi, dopo la trasformazione sicuramente artistica dell’Autore, ci permette di compiere pur fermi in un qualsiasi locale dove si svolge una sua mostra. È il viaggio dell’anima, della fantasia, dell’arte in definitiva. Quel viaggio che dal mondo esterno, coinvolgendo i nostri sensi, giunge alla parte più intima di noi provocandoci piacere o dolore.

A mio avviso con Racchi e le sue “invenzioni” il processo si verifica e, fatto di notevole valore, è un cocktail coinvolgente di entrambe le emozioni. Questo risultato, raramente raggiungibile, ha anche un meno percepibile ma sicuro effetto “politico”, mostrando le possibilità della singola umana sensibilità, con una sorta di metempsicosi che è esattamente il reciproco di ciò che, di fatto, accade nel nostro Paese. Qui, appunto, anziché il rinnovamento e la rivitalizzazione si celebrano i riti dell’abbandono e della contaminazione distruttiva, rispettivamente del più grande patrimonio d’arte e di uno degli ambienti più belli del pianeta. Da queste opere, dunque, ci giunge una severa ammonizione della Natura, come per ricordarci che i guasti, le macerie provocate dal nostro assurdo, egoistico e megalomane agitarci per i quattrini e le cose banali, sono autolesionistici. Per ammonirci che il nostro incosciente, irrimediabile vizio di consumare, gettare rifiuti ovunque e distruggere senza necessità, alla fine non lascerà neppure un’infima traccia di noi, risucchiato come sarà, tutto, dalla forza inarrestabile della Natura. Se non sarà la Natura terrena, stremata dai nostri attacchi, sarà quella astrale. Quella che immobile ma presente e silente, osserva il nostro stupido, colpevole scempio.

Più che un pittoscultore, come ama definirsi, Racchi, dunque, è un “rivitalizzatore artistico-profetico”. 

 

Alfredo Pellegrini