Piero Racchi ovvero l’urlo della natura

 

     I veri viaggiatori - diceva  Baudelaire - sono quelli soli che partono per partire, senz’avere né meta né ragione. E si avventurano, temerari, nell’ignoto, anche a costo di naufragare, fidando nel loro estro di visionari. Come i cavalieri erranti del medioevo che s’inoltravano nella foresta, a caso: tanto sapevano che prima o poi qualcosa sarebbe accaduto. Così anche Piero Racchi, artista a suo modo unico e poliedrico, che trascorre con disinvoltura dalla poesia al romanzo, dalla musica all’arte figurativa, raggiungendo nell’ambito plastico-pittorico esiti di grande originalità e di sicuro rilievo. La selva in cui egli si muove è il mondo stravolto dalla tecnologia e dal consumismo, dove la natura, straziata e mortificata, sembra relegata a un ruolo ancillare. L’artificiale domina incontrastato, disseminando però la terra di liquami e di spazzatura. Di ruderi e di macerie. L’uomo stesso è ormai prigioniero della “gabbia d’acciaio” da lui forgiata: una gabbia che assume a tratti le sembianze di una locomotiva impazzita, che procede a velocità folle in una notte fosforescente di luminarie innaturali. La prospettiva è ovviamente la catastrofe, divinata da Racchi con lucidità di veggente. La selva diventa una sorta di labirinto dove, a ogni svolta, s’incontrano i mostri prodotti dal sonno della ragione. A ogni passo è lo scialo. Scarti, relitti, rifiuti ingombrano il sentiero. Sunt lacrimae rerum. La natura piange, alla stregua del “ciarpame reietto” su cui si fonda il duplice trionfo della moda e della tecnologia. Qui il serpente si morde davvero la coda: la moda divora ogni giorno se stessa, la tecnologia si nutre della propria obsolescenza. Si rinnova così il mito di Crono che ingoia i suoi figli. È la parabola - oscena - della modernità.

      Ma se l’apocalisse è un destino che affolla di incubi e di sogni premonitori l’inquieta veglia di Racchi, egli ne fa pure la sua musa ispiratrice. Non solo perché, da buon samaritano, si sofferma a contemplare pietoso i guasti e le lacerazioni provocati dal “sistema” - per dirla secondo il lessico sessantottino -, a raccogliere per via, tra le scorie e le deiezioni che si affastellano a cielo aperto nei cimiteri di macchine, le povere reliquie, inani e inanimate, di tanto scempio - i suoi “ossi di seppia” -, sì anche perché si azzarda a riciclarle, a ridare loro una dignità, un senso (che forse non hanno mai avuto), inserendole, come tessere di mosaico o, meglio, come cellule di un organismo a suo modo vivente, in un progetto artistico che non ha nulla di premeditato, ma che sono esse stesse a suggerire, a proporre, a indirizzare. Non si tratta tanto - sulla scia di Kurt Schwitters - di riqualificare esteticamente oggetti inutili e desueti, siano essi vilipesi cascami della tecnologia o rimorti lacerti di natura, quanto di insufflare in essi una nuova vita. L’operazione ha in sé qualcosa di artificiale, ma, a ben guardare, va in direzione opposta a quella seguita dal progresso tecnico-scientifico, che tende a sostituire la macchina all’uomo e l’inorganico all’organico. Il sogno di Racchi non è quello faustiano di dominare la natura, ma, se mai, quello prometeico di salvaguardare l’umanità, rivendicandone il carattere, appunto, “naturale”. Non è rescindendo le radici dalla terra o, peggio, stuprandola e sfregiandola, senza ragione e senza misura, che l’uomo può sperare di vivere meglio. La vita è una sola e affonda le sue radici nella natura.

      L’arte di Racchi è sì teknē, alla lettera, ma nulla ha della hybris della moderna tecnologia. Essa nasce infatti dal rispetto per le cose, anche le più umili, e si mette al loro servizio. Il messaggio che ne deriva non è dunque volontaristico, viziato da una soggettività ridondante. Anzi, non è nemmeno premeditato, essendo in gran parte espressione dell’inconscio, di una forza che trascende cioè gli angusti confini dell’io e, forse, della stessa persona. Parlare di assemblaggi potrebbe allora apparire riduttivo, in quanto le pitture-sculture di Racchi sono in realtà delle concrezioni viventi, le quali sembrano autogenerarsi, in un assiduo e libero rampollare che ricorda l’inesausta proliferazione delle madrepore. Rami, radiche, tronchi, semi, valve di conchiglie, felci, pigne e via enumerando sono i materiali - l’alfabeto, diremmo - di cui l’artista si serve per svolgere un discorso che, pur nella varietà dei suoi esiti, ha la perentoria e parossistica ossessività delle fissazioni. Il pianto (e il rimpianto) della natura si fa urlo disperato di denuncia e di protesta, ma anche di rivalsa. Essa, infatti, fagocita e assorbe nell’esasperato vitalismo delle sue metamorfosi anche l’altro-da-sé, le forme e i corpi estranei della tecnologia, imprigionandoli nella sua ragnatela. L’assimilazione passa attraverso un sottile e complicato processo di pepsi che finisce per ridisegnare le forme originarie dei reperti o, meglio, per alterarne - o abolirne -  la funzionalità.

      Caos e calcolo convivono in un equilibrio di contrapposte tensioni, dando vita a efflorescenze fantasiose, a sculture polimateriche che hanno l’allucinata parvenza di certe chimere. Su tutto si stende poi, assecondando una tecnica già sperimentata da Claes Oldenberg, la lucida bava del colore, che congela in una dimensione onirica, fortemente straniata, le anfibie, ambigue “visioni” dell’artista. Un cromatismo algido e acceso ne investe i particolari e fa degli objets trouvés che ne formano il tessuto connettivo tutt’altre cose, tanto più irreali quanto più all’apparenza individuabili. La patina traslucida che li impermeabilizza contribuisce a srealizzarli, sottraendoli all’hic et nunc, ma solo per dar forma ectoplasmatica alle speranze e ancor più alle paure dell’artista. Presagi o auspici, queste surreali creazioni a metà tra la pittura e la scultura sono dunque mere proiezioni dell’inconscio (magari di un incoscio in senso hartmanniano) ed hanno la petulanza un po’ sinistra - e quindi inquietante - degli incubi. Sono fiori che nascono, montalianamente, dalle macerie dell’abisso, espressione turbata di un’anima mundi che si sente minacciata nella sua integrità dalla sfida tecnologica e dalla connessa volontà di potenza della moderna civiltà delle macchine. Fiori, se non del male, del malessere che pervade la nostra società. Come ebbe a scrivere Italo Calvino: “Più le nostre case sono illuminate e prospere più le loro mura grondano fantasmi; i sogni del progresso e della razionalità sono visitati da incubi”. Ora, a chi - come Racchi - ha occhi per vedere e orecchi per udire i segnali d’allarme (l’urlo o - per dirla con Lucrezio - i “latrati”) che provengono dalla natura non possono certo sfuggire. E da artista qual è se ne fa audace e puntuale interprete.

 

                                                            Carlo Prosperi